I miei tre mesi in Danimarca
Tutto è iniziato poco più di un anno fa, quando per caso mi sono imbattuta in un annuncio di una borsa di studio di Humana People to People, che offriva l’opportunità di partecipare a un programma di volontariato internazionale della durata di 10 mesi.
I primi 3 mesi di formazione si sarebbero svolti in Danimarca, in una scuola internazionale chiamata DRH Lindersvold, seguiti da 6 mesi in Africa o in India, dedicati a progetti di cooperazione incentrati su agricoltura, salute, community empowerment e istruzione.
L’ultimo mese, nuovamente in Danimarca, sarebbe stato dedicato alla riflessione e alla presentazione di quanto vissuto e imparato.
Invio la candidatura, quasi per gioco, convinta che difficilmente avrei ricevuto una risposta. E invece… dopo un mese, proprio come un regalo di Natale, ricevo la chiamata di Federica di Humana che, piena di gioia, mi comunica che ero stata selezionata. Scoppio a piangere dalla felicità e inizio a saltare perché incapace di trattenere la felicità.
Sentivo che l’Africa si stava avvicinando: nel mio cuore sapevo che sarei andata lì, dopo tanti anni passati a sognarla.
Mi piace viaggiare, ma non come turista. Voglio vivere il mondo, conoscerlo lentamente e fare qualcosa, contribuire a piantare semi di amore e gentilezza, per renderlo un posto più bello. E l’amore, oggi più che mai, è indispensabile. Questa opportunità mi sembrava l’occasione perfetta!
Concludo il mio anno di Erasmus a Bordeaux, torno a casa in estate e rivedo finalmente la mia famiglia. Trascorro le mie giornate in biblioteca per scrivere la tesi: devo laurearmi si o si nella sessione di settembre per poter ripartire ad ottobre per la Danimarca. Ce la faccio! L’avventura ha finalmente inizio.
Ricordo bene le emozioni della partenza: la paura del freddo e del buio inverno del Nord, le mille domande che mi affollavano la mente (riuscirò a fare amicizia? cosa mi aspetta? ho fatto la scelta giusta? perché sono qui? mi troverò bene?).
Ma soprattutto l’adrenalina dei nuovi inizi, quando sai che ti stai lanciando verso l’ignoto e sei pronta a lasciarti sorprendere da ciò che la vita ha in serbo per te. Il cuore che batte come un pazzo, quella “paura di cadere ma voglia di volare” di cui canta Jovanotti, e la sensazione di avere il mondo davanti, che ti aspetta.
Arrivo a Lindersvold, vicino a Faxe, poco più a sud di Copenaghen.
È un luogo lontano da tutto, abitato quasi solo da animali, silenzioso e tranquillo, vicinissimo al mare e a un fiordo da cui si vedono albe meravigliose.
È circondato da campi, e il cielo, che si apre a 180 gradi, riempie gli occhi e i polmoni. Inizio a conoscere le persone con cui condividerò questa avventura: proveniamo da paesi diversi, abbiamo età e storie diverse, ma siamo accomunati da quel qualcosa che ci ha spinti fin qui.
La scuola è enorme: qui viviamo, dormiamo, mangiamo, seguiamo le lezioni. Ci occupiamo anche delle pulizie e della cucina, a turni. Le giornate sono intense e ben organizzate: lezioni, attività, meeting, study tasks, tutto scandito da orari precisi. Ahh, si sa: io e il rispetto degli orari viviamo in due galassie completamente diverse. Sono arrivata al punto di farmi svegliare la mattina dai miei amici che mi solleticavano i piedi, dicendomi che la lezione era già iniziata. Eppure, col tempo, sono migliorata… almeno un po’. Pensate che alla fine sono persino diventata la “responsabile del time management del mio gruppo” (sì, sembra una presa in giro!).
Le prime settimane in Danimarca sembravano non passare mai e più di una volta ho pensato tra me e me che quei mesi sarebbero stati interminabili. Oltre al cambiamento degli orari (in Danimarca si cena alle 18!), ho risentito della mancanza di sole, dell’accorciarsi delle giornate e della sensazione di non riuscire a trovare abbastanza tempo e spazio per me, travolta dalle continue attività di gruppo.
Poi, qualcosa è cambiato. Quando abbiamo iniziato a creare legami più forti tra di noi, quando ho iniziato a sentirmi “a casa” e a crearmi del tempo per me, le giornate hanno cominciato a volare senza rendermene conto. Aprire gli occhi al mattino con il pensiero di rivedere i miei amici, di condividere risate e di vivere insieme anche i momenti più noiosi, ha reso le giornate incredibilmente più belle.
Successivamente abbiamo creato gruppi più piccoli con cui lavorare, ed è così che nascono i Pesci Joe: noi ci incastriamo perfettamente, come un puzzle.
C’è Sofy, la migliore roommate che potessi sognare, che con la sua dolcezza, la sua premura e i suoi abbracci caldi fa sentire tutti accolti e al sicuro.
Poi c’è Samu, con un cuore grande come il mondo, capace di capire profondamente le persone. Con lui ho riso fino quasi a farmi la pipì addosso (forse anche per tutti i tè alla liquirizia che abbiamo bevuto insieme). Ah, what a crazy person!
C’è Dani, spesso alla disperata ricerca della sua borraccia, che proprio come un giardiniere con le sue piantine si prende cura di tutti noi attraverso piccoli gesti e parole gentili. Un vero gentleman, con una risata contagiosa.
Poi arriva Christian, l’uragano: sempre pronto a partire per avventure estreme, ma anche sempre disponibile ad aiutare e a darti consigli. Proprio come una nonna, si è occupato di farci ingrassare con le sue ricette.
E infine c’è Silvia, la nostra insegnante. Lei è speciale: mette passione in tutto ciò che fa ed è la dolcezza fatta persona.
Porterò sempre con me, ovunque andrò, un pezzo di ognuno di loro e di tutte le persone straordinarie incontrate qui, che mi hanno insegnato a non lasciare indietro nessuno e a prenderci cura gli uni degli altri. E poi insieme le cose diventano più belle.
Altre cose che hanno reso più belle le giornate sono stati i tramonti in cui il cielo sembrava prendeva fuoco, lasciandomi senza parole davanti alla Natura, lo yoga e i circuiti strong con Roberta che finivano sempre in lunghissime conversazioni in palestra fino alle 11 di sera.
In questi mesi abbiamo anche dipinto le classi, intervistato persone per strada per ricerche a sfondo sociale, visitato la sede di Humana People to People in Danimarca e persino quella di Milano, dove siamo stati cinque giorni. Lì mi sono ricaricata grazie al sole, alla mia famiglia e alla mia migliore amica, venuti a trovarmi.
Lì abbiamo approfondito il lavoro di Humana e la sua storia: in brevissima, raccoglie abiti usati, li rivende nei suoi negozi e con il ricavato sostiene progetti di agricoltura, istruzione e sviluppo comunitario in tutto il mondo, soprattutto in Africa.
Abbiamo avuto anche due weekend liberi, che ho sfruttato per esplorare un po’ Copenaghen. L’ho amata in autunno, quando gli alberi si tingono di rosso e arancione e nelle cuffiette ascoltavo Red di Taylor Swift.
Nel frattempo, a novembre, formiamo finalmente i duo e i trio e siamo pronti a scegliere i progetti e i paesi in cui trascorreremo sei mesi. Le opzioni sono Zambia, India e Repubblica Democratica del Congo. Nel mio cuore, da quando ho scoperto che il Congo era tra le possibilità, ho sentito che dovevo andare lì, nel cuore dell’Africa, in un paese che mi affascina e mi incuriosisce profondamente. Ricordo bene quei giorni di scelta: tensioni, dubbi, lunghi meeting che sembravano non finire mai. Ma, alla fine, le cose vanno sempre come devono andare e ognuno sceglie ciò che sente davvero suo. Mi scendono delle lacrime di gioia quando realizzo che andrò in Congo. Partirò con Christian. Non riesco a crederci: allora è vero che i sogni, prima o poi, si realizzano se ci credi con tutto il cuore.Il progetto si chiama Child Aid Nutrition e riguarda agricoltura, nutrizione e igiene. Da quella stessa sera inizio a studiare il lingala, la lingua locale parlata nella regione. Sono motivatissima a tornare a imparare una lingua straniera.
Per il visto volo persino all’ambasciata congolese a Stoccolma: mi sento ogni giorno più vicina alla partenza.
I giorni passano sempre più veloci e il pensiero dei saluti si fa sempre più presente.
Ma l’avventura non è ancora finita. Il penultimo giorno, prima di tornare a Torino per festeggiare il Natale in famiglia, decidiamo con Samu di andare a vedere l’alba sul mare (poi del sole non ci sarà traccia, ma il mare vale sempre la pena). Poi andiamo a giocare sui tappeti elastici ed è lì che, divertendoci come pazzi, prendo una storta. Dopo poche ore il piede si gonfia e il dolore è fortissimo: sembrava rotto. Giro così per la scuola sulle sedie a rotelle o addirittura in braccio.
L’ultima sera è dedicata alle riflessioni, ai momenti di condivisione e alla lettura delle letterine che ci siamo scritti a vicenda. È stato un momento speciale. Mi chiedo anche come faremo. Come farò a lasciare amici diventati essenziali, che hanno illuminato anche le giornate più buie con abbracci, risate pazze e scherzi. Ah, quante belle persone esistono al mondo!
Poi arriva il giorno del ritorno a casa, un vero e proprio viaggio della speranza: io che non riuscivo a camminare, senza stampelle, con autobus che non sono mai passati. Ma alla fine arrivo a casa!
Trascorro la prima sera in ospedale, con i miei genitori (una prima serata insieme così alternativa ahahha). Ne combino sempre una, comunque!
Contro ogni aspettativa, il piede non è rotto, ma solo slogato. Dovrò riposare una ventina di giorni, ma almeno il viaggio in Congo non è compromesso.
Dopo le vacanze di Natale a casa, circondata da coccole e affetto, ricarico le energie.
In questo momento mi trovo di nuovo in Danimarca. Qui nevica e la scuola si è riempita di nuove persone che stanno iniziando il percorso e di altre che sono appena tornate.
Tutti i miei amici, invece, sono partiti ieri per lo Zambia e per l’India.
Provo tante emozioni tutte insieme: la tristezza che accompagna la chiusura di un ciclo, i saluti che fanno sempre un po’ male, ma anche l’adrenalina e la felicità che nascono dalla consapevolezza che andremo tutti a vivere un’esperienza meravigliosa. Estamos cumpliendo a pleno nuestro destino!
È un vero turbinio di emozioni che mi fa sentire VIVA.
E ora sì, posso dirlo: domani partirò finalmente per il Congo, per la mia tanto amata Africa.
A presto,
Marty
