Pensieri sul Congo

Non trovo le parole per iniziare, eppure sono così tante le cose da dire…

Il Congo ha avuto uno strano effetto su di me: mi ha travolta, scioccata, fatto nascere mille domande, spesso rattristata, ma allo stesso tempo mi ha accolta come se fosse sempre stata casa mia.

La Repubblica Democratica del Congo non è un paese facile, né tantomeno un luogo in cui si viene per “fare vacanza”. Il Congo ti assorbe, ti fa uscire dalla tua “bolla”, ti sbatte in faccia le ingiustizie e ti fa sentire piccola, impotente, inutile, incapace di migliorare, anche solo un po’, le cose. È sicuramente un paese che non ti lascia indifferente, né passiva.

È un paese dell’Africa centrale, nel cuore stesso del continente, e qui sembrano concentrarsi tutte le contraddizioni del mondo. È un paese estremamente ricco, uno dei più ricchi in termini di risorse: enormi risorse idriche, ma manca l’acqua potabile ovunque; immense risorse minerarie, sistematicamente saccheggiate da paesi e multinazionali straniere, che diventano la principale “disgrazia” del paese e la causa dell’instabilità e dei conflitti nelle regioni orientali; un capitale umano infinito, a cui però viene impedito di brillare, e che oggi appartiene alle popolazioni più povere del mondo. È l’epicentro delle contraddizioni, ma anche della corruzione.

Non facciamo nemmeno in tempo a uscire dall’aeroporto per accorgercene: al controllo del libretto delle vaccinazioni per la febbre gialla vengono inventati problemi che si sarebbero risolti con 60 dollari. Io non glieli do e riesco a defilarmi. Ma la corruzione si vede ovunque, anche per strada: la polizia ti ferma per chiederti “mayi” — acqua — che in realtà è un codice per chiederti soldi.

Lo Stato si regge su un’impunità generalizzata: anche storicamente, i responsabili di gravi massacri di civili nell’est del paese sono stati integrati nell’esercito e nei ministeri. Il messaggio è chiaro: chi non rispetta le leggi non viene punito, e questo alimenta un ciclo infinito di violenza.

È anche un paese immenso, in cui ho appena messo piede, e mi limiterò a parlare delle impressioni avute a Kinshasa, la capitale, sapendo bene che tutto cambia da città a città e da provincia a provincia.

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Una delle cose più scioccanti è la sporcizia nelle strade. L’acqua non è potabile e si usano enormi quantità di bottiglie di plastica, che vengono poi gettate nei fiumi o per strada. Ci sono vestiti, ciabatte, pneumatici ovunque. Non esiste un sistema di gestione dei rifiuti: tutto viene bruciato all’aria aperta, e le persone vivono respirando un’aria inquinata che chissà quali malattie provocherà domani.

Un altro enorme problema è il traffico: camion, moto, macchine spesso vecchissime, che inquinano con fumi neri e tossici. Nell’embouteillage di Kinshasa puoi restare fermo per ore, senza alcuna via d’uscita. La prima cosa a cui penso sono le ambulanze: se ci fosse un’emergenza, come si potrebbe passare? Quante vite si potrebbero salvare?

Qui la mortalità è alta. Si muore per cause assurde. La sanità è interamente a pagamento: per curarsi, anche nelle emergenze, bisogna prima dimostrare di poter pagare. I soldi contano più della vita? Questo pensiero mi fa rabbia e mi spezza il cuore. Ascolto storie di persone che hanno perso figli piccoli o genitori perché sapevano di non potersi permettere le cure. Il valore della vita è uguale ovunque, per ogni essere umano. Perché allora qui si muore così banalmente? Perché ho la sensazione che la vita abbia meno valore e che ci si sia abituati perfino alla morte dei bambini?

Quello che sento è che manca l’amore per il popolo. La ricchezza c’è, ma è gestita malissimo e finisce sempre nelle tasche di pochi al potere. Perché spariscono milioni e milioni senza essere usati per la popolazione? Basta camminare per le strade della capitale per vedere le condizioni disumane in cui vivono le persone. A chiunque si stringerebbe il cuore davanti a tutti quei bambini vestiti di stracci, che chiedono elemosina o semplicemente acqua.

Un giorno siamo andati all’ospedale di Kinshasa per dei controlli medici necessari al visto di lavoro. All’uscita, tre bambini ci sono corsi incontro dicendo: “Mundele, na za na nzala” — “bianco, ho fame”. Ne vediamo tanti di bambini così, ma non mi abituerò mai, e non voglio abituarmi.

Hanno il volto stanco, i vestiti strappati, ma una luce incredibile negli occhi. Vorrei conoscerli, sapere le loro storie.

In queste situazioni non so mai come comportarmi: da una parte è sbagliato alimentare l’immagine stereotipata del bianco che arriva e porta soldi o cose; dall’altra è disumano girarsi dall’altra parte davanti a un bambino che chiede solo da mangiare.

Così abbiamo dato loro pane e acqua, ma quello che desideravo davvero era stare con loro.

Nel frattempo arrivano anche i loro amici: da tre bambini diventano una decina. Ci sediamo su un muretto. In lingala direi: Na za na esengo — sono nella gioia. Parliamo, mi fanno mille domande sull’Italia e sulla mia famiglia, e poi arriva inevitabilmente il calcio. Sognano di diventare calciatori. Ridiamo, ridono quando parlo in lingala. Hanno il sole nei sorrisi e il mondo intero negli occhi.

Alcuni sono orfani, altri sono scappati di casa, altri ancora sono stati cacciati perché accusati di stregoneria. Ma la verità è che i loro genitori non riescono a prendersene cura.

Poi arriva il momento di andare. Ci abbracciamo forte, mi chiedono di portarli con me, di stare sempre insieme. Il cuore mi si scioglie. Vorrei farlo davvero, ma sono così tanti. Mi sento impotente.

Salgo in macchina e, quando il driver accende il motore, loro si infilano di nascosto nel cassone posteriore aperto. Scoppio a ridere, e loro con me. Mi mandano bacini, fanno cuori con le mani, cercando di non farsi vedere dal driver. Per un attimo mi è sembrato che fossero tornati semplicemente bambini, come tutti gli altri, dimenticando i problemi. On était ensemble — ed era questo il bello.

Poi il driver se ne accorge, loro scendono. Ci salutiamo davvero. E mentre li vedo allontanarsi, mi scendono le lacrime. Non so nemmeno da quale emozione nascano: tristezza, rabbia, rassegnazione, ma anche speranza, amore, gioia. Forse un miscuglio di tutto.

Oltre all’aspetto emotivo, la vita qui mette a dura prova chi è abituato ai “comfort”. Qui semplicemente non esistono: spesso manca l’elettricità, si cucina sul carbone, non c’è energia per caricare il telefono, non c’è acqua potabile, la connessione è lenta, le strade si allagano quando piove.

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Eppure, inspiegabilmente, in mezzo a tutto questo, c’è qualcosa che mi fa stare bene. Che mi fa sentire in pace. A casa.

Com’è possibile, in mezzo a tutto questo caos?

Nessun paese mi ha mai accolta con così tanto amore, calore e gioia. C’è qualcosa che mi riempie il cuore.

Forse è il tempo, che sembra scorrere più lentamente. C’è meno frenesia, più spazio per le persone. Forse è il clima, il caldo, il sole — quanto mi era mancato in Danimarca — il mio corpo ritrova il suo habitat naturale.

Forse sono i paesaggi: la natura, le palme, il verde ovunque, la terra rossa al posto del cemento grigio.

Forse è il sapore della frutta: ananas, mango, angurie, maracujà… come può essere tutto così buono da commuoverti?

Ma in fondo lo so: quella magia che mi fa sentire bene sono le persone. L’ambiance africaine.

Qui c’è musica ovunque, e la musica congolese è capace di metterti sempre di buon umore.

E poi quanto mi diverto. Se dovessi descrivere l’Africa con una parola, direi: creativa. Dove mancano le risorse, traboccano idee, soluzioni, immaginazione. Le persone si arrangiano con quello che hanno: bambini che sanno riparare tutto e creare giochi, macchine improbabili che continuano a circolare, ogni giorno una sorpresa.

Ogni volta che esco di casa so che succederà qualcosa di assurdo e divertente. Una volta ho visto due persone e tre maiali su una moto. Stamattina un autobus con una capretta sul tetto. Persone nel bagagliaio aperto delle auto, altre che dormono sui camion.

Esco per strada e la gente mi chiama per nome: “Martina, bonjour, ça va ?” — e mi stupisco, perché non mi succede nemmeno a Torino. Vado al mercato a comprare i pomodori e passano due ore e mezza, perché è troppo bello fermarsi a parlare con le persone.

In Africa le persone hanno un superpotere: farti sentire accolta e voluta bene.

Mi capita che i venditori lascino la loro bancarella per accompagnarmi a cercare quello che mi serve, per farmi fare il giro del mercato. Ricevo così tanta gentilezza e sorrisi che è difficile da immaginare.

E poi ci sono i bambini. Ovunque. A casa, per strada, in chiesa, nei villaggi. E quindi siamo circondati di amore e allegria.

Forse non lo sanno, ma sono forze della natura: intelligenti, curiosi, coraggiosi, affettuosi. Mi migliorano le giornate senza nemmeno rendersene conto.

Mi guardano incuriositi, a volte mi toccano i capelli o la pelle, altre volte mi salutano e sorridono, altre ancora mi riempiono di abbracci. Poi iniziamo a giocare: io faccio la linguaccia, loro la fanno; io salto, loro saltano; poi arrivano altri bambini e la strada diventa un circo.

A volte non parliamo nemmeno la stessa lingua, ma ci capiamo perfettamente con il linguaggio universale del gioco, della musica e delle risate.

Come fa una terra a darti così tanto? Come fa ad accoglierti con tanta forza? Come fa a farti sentire a casa in così poco tempo, nonostante tutti i problemi?

Queste sono alcune delle domande che mi porto dentro.

Ma insieme alle domande stanno arrivando anche le risposte: sto iniziando a capire perché quella vocina del cuore mi ha spinta fino a qui.

Ora è tempo di andare,

A presto, 

Marty🌻🧡

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